Basilicata: economia ‘schiava’ delle multinazionali (Automotive e Petrolio)

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Basilicata: economia ‘schiava’ delle multinazionali (Automotive e Petrolio)

Basilicata: economia ‘schiava’ delle multinazionali (Automotive e Petrolio)

Petrolio

Secondo i dati diffusi ieri da Bankitalia, la Basilicata nel 2025 ha subito una flessione in termini di Pil pari a -0,2%, mentre la media italiana si attesta su un + 0,5. Ma è il dato sull’export (-17%), il peggiore in assoluto in Italia, a farci capire come stanno esattamente le cose. Il 2025 è stato l’anno orribile di Stellantis (-47%) e una leggera flessione c’è stata anche in termini di produzione petrolifera (-11) nelle concessioni val d’Agri (Eni, Shel) e Tempa Rossa (Total).

Ma veniamo ad un altro aspetto centrale, senza il quale i dati in sé non hanno un senso. L’Automotive, quindi la presenza di Stellantis a Melfi, in base a una simulazione, peserebbe il 22/25% sulla produzione complessiva e quindi sul Prodotto interno lordo. Dal 10 al 12% peserebbero invece le estrazioni petrolifere. Insieme, quindi i due comparti compongono fino al 35% dell’economia lucana.

IL NODO SCORSOIO Ed è questo l’aspetto che ci fa capire quanto la Lucania soffra di dipendenza rispetto alle multinazionali (Eni, Total e associate per l’oro nero) e Stellantis (per la produzione di auto) più di ogni altra regione italiana. È un po’ come vivere appesi a un nodo scorsoio. Se i ‘soggetti’ in questione tirano quel nodo l’economia ne esce strozzata. Un dipendenza, questa, che tiene assolutamente sotto lo schiaffo politica, sindacati, cittadini.

SIGNOR SÌ. La logica del “signor sì ” è una naturale conseguenza di questa ‘dipendenza’ che ha tratti di ‘tossicità’. Qualche giorno fa il Ceo di Stellantis ha detto che Melfi avrà i suoi 5 modelli entro il 2028, ma sul piano politico (e sociale) nessuno ha posto domande, se non a latere. Come dire, “è una vittoria”. E anche la stampa locale ha seguito la scia senza colpo ferire. Altro esempio di dipendenza è il rapporto con le estrazioni petrolifere. Da 30 anni, ad esempio, Eni estrae in Val d’Agri e ad oggi non abbiamo dati aggiornati sull’incidenza di alcune patologie in quell’area. Non c’è un registro tumori regionale che sia aggiornato (se non al 2017) ma la questione non diventa mai davvero centrale nel dibattito politico, come se fosse un tema secondario. Meglio godere delle roalties, finché ci sono, il resto può aspettare, anche se si chiama ambiente e salute. Non è una dipendenza tossica?

TUTTI “OPERAI” DELLE MULTINAZIONALI Se le multinazionali contano il 35% del Prodotto interno lordo regionale è chiaro che tanti sono gli operatori nei settori suddetti. Senza entrare nei dati, sarebbe difficile, diciamo che attualmente tra Automotive e Petrolio, complessivamente siamo nell’ordine delle decine di migliaia di addetti. Ciascuno ha famiglia, fratelli, parenti stretti che lavorano nel settore. Qualsiasi ribellione alla “schiavitù'” spesso imposta a Viggiano come a Melfi o a Tempa Rossa viene tollerata in nome del salario e della sopravvivenza familiare. Poche le voci fuori dal coro. E spesso protette da anonimato per non subire conseguenze dirette. Piccola appendice su politica e sindacati. La subordinazione di chi governa e amministra, e dei rappresentanti dei lavoratori, soffre della stessa sindrome di Stoccolma. Meglio essere accondiscendenti verso ‘chi dà il pane nella Regione’, altrimenti anche il “nostro pane ” rischia di ridimensionarsi fino a “saltare” del tutto.

“SI PERDE OGNI SPERANZA” In un sistema così bloccato “si perde ogni speranza”, confessava ieri un operaio di Melfi che rifletteva sull’andazzo del lavoro in fabbrica. “Nessuno reagisce – ammetteva sconsolato – nessun cenno, tutti con la testa bassa, e se chiedi almeno ai sindacalisti di reagire, di protestare nei confronti dei vertici aziendali che ci trattano come pezze da piedi, anche loro non recepiscono, non reagiscono, non capiscono. O semplicemente fanno finta di non capire”. Ecco il punto. In un’economia così drogata da Automotive e Petrolio meglio sottostare, “fare finta di non capire”. Per sopravvivere. Ma nel frattempo “si perde ogni speranza” sul futuro.

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