
Il sistema “non mafioso” lucano lo abbiamo descritto più volte su questo giornale, inascoltati. Ne riparliamo senza stancarci perché abbiamo la netta sensazione che siamo di fronte a un punto di non ritorno. In sintesi, ripetiamo il concetto. La non mafia non è una nuova mafia, una mafia evoluta, è un sistema di potere che agisce apparentemente nella legalità, alla luce del sole, ma in silenzio, legittimato ancor più in tempi di crisi di legittimità della politica e delle istituzioni. Cricche di potere che usano la luce per agire nell’ombra. La “non mafia”, non limita le libertà, le usa e le strumentalizza. Non usa la violenza fisica, ma seduce, promette, ricatta, minaccia, compra, corrompe e si fa corrompere. Naviga nella democrazia, ma la violenta in segreto. Abita le istituzioni locali indossando orpelli politici, ma in realtà usa (e ne abusa) le istituzioni. La “non mafia” si arricchisce sulle ingiustizie che i sottoposti liberi e volontari percepiscono giuste nel quadro di consuetudini che diventano regole.
Tuttavia, ciò che oggi ci preoccupa è che, nel quadro delle nostre analisi, questo sistema pare reggersi sempre più sul sostegno di chi lo subisce consapevolmente o inconsapevolmente. La non mafia non basta più a se stessa, non è più autosufficiente e non può fare a meno dell’approvazione sociale. Se un tempo bastava una promessa, un ricatto, una minaccia velata, una prebenda per ottenere i servigi dei cittadini presi uno ad uno, oggi c’è bisogno del consenso di vaste fasce della popolazione. E gli strumenti per ottenerlo sono “politici”, economici, mediatici, giudiziari. Ed ecco che si sviluppa una narrazione funzionale al consenso, sofisticata e ingannevole. La non mafia non ha più la forma di una ragnatela, ma ha assunto quella del labirinto utile a seminare paura del cambiamento, smarrimento, e a convincerci che non c’è via d’uscita, non esiste alternativa. Siamo all’elogio della rassegnazione. E in pochi capiscono che in queste condizioni è difficile sperare in una sanità migliore, in una svolta nel declino demografico, nel superamento delle povertà, della disoccupazione, nella tutela dell’ambiente, eccetera eccetera.
Non bastano più la paura, il silenzio, la compiacenza, l’indifferenza, affinché gli esponenti della non mafia, stiano in qualche modo tranquilli. Hanno bisogno di maggiore appoggio sociale, seppure indiretto, socialmente autocostruito sul convincimento che certe regole non scritte ma applicate, siano normali. E quella narrazione funzionale al consenso punta proprio a normalizzare la sottocultura della “mafiosità”.
Abbiamo contezza di ciò che accade: abusi, ricatti, corruzione, cricche di potere piccole e grandi, silenzi, paure, ruberie, sfacciato clientelismo, evasione fiscale, riciclaggio. A volte riusciamo a raccontarli, spesso non abbiamo gli strumenti per farlo. E quando riusciamo a raccontare non di rado ci capita di finire sotto processo. E questo non ci preoccupa affatto, perché abbiamo imparato che la verità spesso è scritta nella coscienza, non nelle sentenze.
Oggi parliamo a chi dovrebbe ascoltarci, a chi sottovaluta, a chi ci prova, nel modo sbagliato, a cambiare le cose. La contro-narrazione affidata a voci solitarie è ormai pura testimonianza e fonte di inutili rischi. Bisogna imparare a tenere le distanze dalle cose loro e da loro. Distanza sociale e sanzione sociale. Mostrare, al contrario, vicinanza e sostegno a chi è contro di loro. Bisogna impegnarsi perché si sviluppi nella società civile la capacità di intervenire o denunciare situazioni ingiuste, anche correndo rischi personali. Perché, sapete bene, che qui il “coraggio civile” è uno slogan che viaggia in una bolla di sapone. Loro vogliono un annichilimento della coscienza civile collettiva e qualcuno che dovrebbe opporsi, anche inconsapevolmente, li sta aiutando. Chi non vede la perdita progressiva di partecipazione democratica, di empatia sociale e di capacità di reazione critica nella popolazione lucana, è complice. Sta scomparendo la volontà di reazione e si espande il disimpegno. Stiamo assistendo al suicidio della coscienza civile. Ed è quello che vogliono i “non mafiosi”, i sofisti del malaffare. Non sappiamo voi.
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