
Il Rapporto Banca d’Italia 2026 sull’economia regionale convalida la linea che pochi perseguono da tempo: il turismo in Basilicata non è un’industria, ma un settore precario in buona parte alimentato dal denaro pubblico.
C’è voluto il Rapporto ufficiale della Banca d’Italia per squarciare il velo di Maya della propaganda regionale sui “record del turismo lucano”. I dati macroeconomici certificano lo stato di un intero modello di sviluppo, confermando parola per parola le denunce che abbiamo sollevato per primi, nell’indifferenza della politica e delle parti sociali
I numeri di Via Nazionale descrivono un comparto strutturalmente malato, dove il nanismo gestionale, il precariato stanno trasformando molte imprese ricettive in cattedrali nel deserto o quasi.
La validazione del nostro approccio: l’Iul al 18%. Mentre i bollettini ufficiali della Regione celebravano l’aumento delle presenze, noi per primi avevamo posto l’accento sulla redditività reale delle aziende. Bankitalia oggi riprende esattamente quell’approccio critico, certificando che l’Indice di Utilizzazione Lorda (Iul) delle strutture lucane è fermo al 18%.
La traduzione matematica è impietosa: calcolatrice alla mano, le strutture ricettive della Basilicata lavorano a pieno regime per appena 66 giorni all’anno. Per i restanti 299 giorni restano vuote, ma gravate da costi fissi, tasse, utenze e canoni di gestione. Un’azienda che produce per meno di due mesi su dodici non crea ricchezza: consuma capitale.
Il bluff del lavoro povero e precario. La politica locale ha spesso sbandierato la crescita dei posti di lavoro nel terziario. Un bluff che i dati Inps e Banca d’Italia demoliscono: l’occupazione nel comparto è sì cresciuta, ma a velocità doppia rispetto al valore aggiunto reale. Il risultato? La produttività oraria del lavoro è crollata del 10%.
Non potendo fare efficienza, le imprese lucane sopravvivono deprimendo i salari. Le retribuzioni lorde annue nel turismo in Basilicata sono inferiori del 56% rispetto alla media del settore privato. Ci troviamo di fronte a una fabbrica di precariato: contratti stagionali, part-time involontari e paghe giornaliere inferiori del 36% a parità di mansione nazionale. Lo sfruttamento della manovalanza è l’unico ammortizzatore che evita il fallimento di massa delle partite Iva. Accade nel comparto turistico la pratica salariale e le codizioni di lavoro attuate in agricoltura ed in generale nei sevizi.
Il calcolo del Roi: un sistema sostenuto da fondi pubblici. Senza la pioggia di sussidi a fondo perduto e i finanziamenti europei del Fesr, il comparto alberghiero lucano sarebbe diverso. L’enorme quantità di capitale immobilizzato in strutture ricettive, villaggi e B&B (triplicati nell’ultimo decennio) produce un Roi-(Ritorno sull’Investimento) netto stimato ad appena lo 0,57%.
Parliamo di un rendimento ampiamente inferiore al tasso di inflazione e persino ai titoli di Stato più prudenti. A questi ritmi, occorrono 175 anni per ripagare l’investimento iniziale di una struttura. Lo Stato e la Regione continuano a finanziare l’apertura di nuovi posti letto in un mercato che rigetta l’offerta, drogando il settore con sovvenzioni pubbliche che non generano alcun moltiplicatore economico sul territorio.
L’autarchia dei flussi e il fallimento della comunicazione “Rai”e non solo. La Basilicata resta la regione del Mezzogiorno con la minore pressione turistica (appena 255 presenze per km2 contro le 1.543 nazionali). Il motivo è l’assenza totale di internazionalizzazione: l’86% della spesa turistica è generato da italiani (turismo di prossimità o lucani di ritorno). Gli stranieri – gli unici con alta capacità di spesa giornaliera – pesano per un misero 10% (contro il 41% della media italiana).
Questo isolamento è il figlio diretto di una strategia di comunicazione asfittica e provinciale. I milioni di euro del bilancio regionale vengono sistematicamente bruciati in passaggi televisivi di stampo nostalgico sul modello Linea Verde della Rai, o nella partecipazione a fiere nazionali come la Bit di Milano. Vetrine presenzialistiche che servono alla politica per farsi selfie e sbandierare dati parziali, ma che non intercettano mai i grandi flussi e i tour operator internazionali che contano. Prevalgono la propaganda, la percezione del desiderato, il caso e la politica del finaziamento di eventi, marchi, loghi, ospitalità di giornalisti di testate note o anonime.
Quando le stanze vuote fanno comodo. C’è però un risvolto ancora più inquietante in questo cortocircuito economico. Un settore caratterizzato da un’altissima immobilizzazione immobiliare, che dichiara il tutto esaurito per due mesi e che per 299 giorni all’anno resta desolatamente vuoto, diventa il terreno di caccia ideale per l’economia sommersa.
Se un’attività economica ha un Ritorno sull’investimento dello 0,57%, un imprenditore onesto fallisce o cambia settore. Se la struttura rimane aperta, accogliendo pochi clienti ma continuando a fatturare e a dichiarare flussi finanziari correnti, sorge il sospetto investigativo: quel B&B, quell’albergo, quel ristorante non devono rispondere alle regole del libero mercato, servono come “lavatrici” finanziarie”?
Il dumping salariale (il massiccio ricorso al lavoro nero o grigio) agevola la gestione di contanti. La contiguità tra il turismo assistito e eventuali infiltrazioni è il vero spettro che aleggia in alcune aree. Senza un severo controllo della legalità economica, una diversa gestione della promozione e delle imprese il “Sogno Turistico” della Basilicata rischia di trasformarsi nell’ultima, lucrosa frontiera del desiderio e della criticità. La politica rincorra pure i passaggi in tv, le lusinghe, lo scambio di premi e degli auto applausi; idati della Banca d’Italia ci dicono che la realtà è già altrove. *Pietro Simonetti Centro Studi e Ricerche sull’Emigrazione e i Sistemi Regionali
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