Venosa ha deciso. E quella decisione parlerà a lungo

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Venosa ha deciso. E quella decisione parlerà a lungo

Venosa ha deciso. E quella decisione parlerà a lungo

Venosa, Municipio

C’è un momento, nella vita delle istituzioni locali, in cui una scelta amministrativa smette di essere un atto burocratico e diventa una dichiarazione di identità. Il consiglio comunale di Venosa, il 18 giugno 2026, ha vissuto uno di questi momenti. Ha votato — quattordici contrari, uno solo favorevole — contro la revoca della cittadinanza onoraria conferita a Benito Mussolini nel maggio del 1924.

La notizia, presa in isolamento, potrebbe sembrare ordinaria. In Italia, di voti analoghi ne sono stati persi e vinti centinaia, negli ultimi anni, in consigli comunali di ogni dimensione e orientamento. Quello che rende questa vicenda degna di una riflessione più ampia non è soltanto l’esito, ma il contesto in cui matura e le argomentazioni con cui è stata difesa.

Il paese che sta cambiando pagina

Nell’ultimo triennio, l’Italia ha assistito a un movimento civile e istituzionale lento ma costante: decine di comuni, da nord a sud, di ogni colore politico, hanno deciso di revocare la cittadinanza onoraria a Benito Mussolini. Non perché qualcuno si fosse improvvisamente scoperto più antifascista di ieri. Ma perché si è progressivamente affermata una consapevolezza: conservare negli albi onorari attivi il nome di chi istituì una dittatura, soppresse le libertà individuali e promulgò le leggi razziali non è rispetto per la storia. È una svista istituzionale che è possibile — e doveroso — correggere.

Firenze, Torino, Mantova, Pisa, Ravenna, Livorno lo hanno fatto anni fa, in silenzio. Più di recente, nella provincia di Brescia si è prodotto un effetto a catena: Bedizzole, Provaglio d’Iseo, Cellatica, Sarezzo, Passirano, Chiari, Rezzato, Gussago, Nave. Il 26 febbraio 2025 è stato il turno di Salò — la città che fu capitale della Repubblica Sociale Italiana, l’ultima incarnazione del regime fascista. Se Salò ha trovato il coraggio di farlo, viene spontanea una domanda.

Il 9 aprile 2026, a Riva del Garda, il consiglio comunale ha votato all’unanimità: diciannove consiglieri presenti, diciannove sì, nessuna astensione, nessun contrario. Il sindaco ha commentato che la scelta non riguarda la destra o la sinistra, ma la differenza tra democrazia e dittatura. A Carpi, pochi giorni prima, la delibera era passata con i voti congiunti di PD, Alleanza Verdi Sinistra e Forza Italia. In quello stesso mese il Consiglio regionale del Trentino-Alto Adige si è espresso nello stesso senso.

In questo quadro nazionale, Venosa il 18 giugno ha scelto di stare dall’altra parte. Non per inerzia, non per dimenticanza: per voto esplicito.

La confusione sulla cancel culture

Tra gli argomenti opposti alla mozione è emerso, in aula, il richiamo alla cosiddetta cancel culture: l’idea che revocare un’onorificenza storica apra una strada scivolosa verso la cancellazione sistematica del passato, con abbattimento di monumenti incluso. È un argomento che circola molto nel dibattito pubblico italiano degli ultimi anni, spesso importato dai contesti anglosassoni senza la necessaria contestualizzazione, e che in questo caso specifico non regge a un esame attento.

La cancel culture — nella sua versione più discussa e controversa — riguarda la rimozione di simboli fisici dallo spazio pubblico condiviso, spesso in modo conflittuale e senza passaggi deliberativi. Revocare una cittadinanza onoraria è un atto giuridico-amministrativo di tutt’altra natura. Non si rimuove nulla di fisico: si aggiorna un registro. Il documento storico rimane negli archivi, intatto e consultabile. L’unica cosa che cessa è la sua permanenza in un elenco attivo di riconoscimenti civici, che il comune gestisce, aggiorna e continua ad alimentare con nuove delibere.

La prova empirica è nei fatti, non nelle teorie: nessuno dei comuni che ha revocato la cittadinanza a Mussolini ha visto conseguire a quell’atto la rimozione di monumenti, la revisione della toponomastica o qualunque altra deriva iconoclasta. L’argomento della deriva non ha mai trovato una sola conferma nella realtà concreta. E questo, almeno sul piano della discussione razionale, dovrebbe contare qualcosa.

La contraddizione che l’aula non ha risolto

C’è però un elemento che il dibattito venosino ha prodotto involontariamente, e che merita di essere osservato con attenzione. Nel corso della seduta, l’assessora competente ha confermato che la targa con l’onorificenza a Mussolini era stata rimossa dall’albo esposto in aula consiliare non per ragioni tecniche — come si era inizialmente sostenuto — ma per sensibilità istituzionale. Vale a dire: la stessa amministrazione che ha votato contro la revoca aveva già ritenuto opportuno, nei fatti, non esporre pubblicamente quell’onorificenza.

Questa è una contraddizione che parla da sola. Significa che l’imbarazzo era percepito, riconosciuto e gestito in privato. Ma non si è trovato il coraggio — o la disponibilità politica — di trasformarlo in una scelta formale. Si è preferita la via della gestione silenziosa: nascondere la targa senza dirlo esplicitamente, votare contro la revoca senza ammettere il problema. Il risultato è quello che si potrebbe definire un’istituzione che agisce privatamente contro ciò che difende pubblicamente.

Non è cancel culture. È qualcosa di più sottile e, per certi versi, più preoccupante: è la gestione dell’imbarazzo al posto della chiarezza di una posizione.

Quello che la storia dirà

Non si tratta di assegnare colpe, né di fare della retorica del senno di poi. Si tratta di osservare che le comunità che hanno scelto diversamente — e sono molte, e appartengono a ogni tradizione politica — lo hanno fatto senza che il cielo cadesse. Lo hanno fatto riconoscendo che le onorificenze non sono inerti: parlano al presente, dicono chi una comunità sceglie di riconoscere nel momento in cui vengono lette. E che conservare negli albi attivi il nome di chi costruì una dittatura non è neutralità storica: è essa stessa una posizione, con le sue conseguenze simboliche.

Venosa è una città di storia millenaria, di sedimenti culturali, di una identità civile che non si esaurisce certo in questa vicenda. Sarebbe un errore ridurla a questo voto. Ma sarebbe un errore uguale e contrario ignorare che questo voto è accaduto, e che è accaduto in un momento in cui il paese si stava muovendo — trasversalmente, liberamente, senza costrizioni di regime — nella direzione opposta.

La cittadinanza onoraria conferita a Mussolini nel 1924, come ha ricordato in aula la consigliera proponente, fu con ogni probabilità un atto imposto dalla pressione del regime, non una scelta libera della comunità venosina. Il voto del 18 giugno 2026, invece, è stato libero. Ed è stato contrario. C’è ancora tempo per rimediare. Le delibere si possono ripresentare. La storia, nel frattempo, continua a scrivere il suo registro. Enzo Briscese – Cittadino di Venosa

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