di Guido Talarico
Per anni la cultura è stata considerata una voce di spesa, un lusso da sostenere quando le finanze pubbliche lo consentivano. Le analisi, ancora una volta, dicono che questa visione appare superata. I numeri dimostrano infatti che la cultura rappresenta una delle infrastrutture economiche più redditizie del Paese, capace di generare ricchezza, occupazione, innovazione e attrattività internazionale. E analoghi risultati li produce la formazione. Diamo uno sguardo ai dati.
Ultimo arrivato a certificare questa verità è il Rapporto "Io sono Cultura 2026" della Fondazione Symbola, realizzato con Unioncamere, Centro Studi Tagliacarne e Deloitte. Nel 2025 il Sistema Produttivo Culturale e Creativo italiano ha prodotto 115,8 miliardi di euro di valore aggiunto, pari al 5,7% dell'intera economia nazionale, con una crescita del 3,3% rispetto all'anno precedente. Gli occupati hanno superato 1,5 milioni, raggiungendo il 5,7% dell'occupazione complessiva, anch'essa in crescita dell'1,7%.
Ma è soprattutto la capacità della cultura di attivare valore negli altri comparti a renderla uno dei motori più efficaci dello sviluppo. Secondo il rapporto, ogni euro prodotto dalla filiera culturale ne genera altri 1,7 nel resto dell'economia, fino a determinare un impatto complessivo di circa 310 miliardi di euro, pari al 15,4% del PIL italiano. Un moltiplicatore che pochi settori industriali possono vantare. È la dimostrazione che investire nella cultura significa sostenere molto più di musei, cinema, teatri o biblioteche. Significa alimentare il turismo, rafforzare il commercio, valorizzare il patrimonio immobiliare (come sta facendo benissimo l'Agenzia del Demanio), sostenere il Made in Italy, attrarre investimenti e aumentare la competitività delle imprese.
La cultura, inoltre, non coincide più soltanto con il patrimonio storico-artistico. Oggi comprende design, architettura, audiovisivo, editoria, software, videogiochi e tutte quelle industrie creative che rappresentano uno dei principali laboratori dell'innovazione italiana. È proprio questa capacità di contaminare altri settori produttivi a renderla strategica. Anche il patrimonio culturale tradizionale sta vivendo una trasformazione profonda. L'adozione di tecnologie digitali, strumenti di intelligenza artificiale e nuovi modelli di gestione sta cambiando il modo in cui musei, siti archeologici e complessi monumentali dialogano con il pubblico, ampliando l'accessibilità e migliorando l'esperienza dei visitatori. La cultura diventa così anche innovazione.
Come ricorda il presidente della Fondazione Symbola, Ermete Realacci, il valore della cultura va ben oltre gli indicatori economici. Essa rappresenta uno dei principali fattori di identità nazionale, coesione sociale e apertura internazionale. È una delle ragioni per cui il marchio Italia continua a essere riconosciuto e apprezzato nel mondo.

IL RAPPORTO DELOITTE PRIVATE ART & FINANCE - LA RIDUZIONE DELL'IVA
A rafforzare questa lettura arriva anche il Report 2026 – Il mercato dell'arte e dei beni da collezione, realizzato da Deloitte Private Art & Finance, che fotografa una fase di rinnovata vitalità del mercato italiano dell'arte moderna e contemporanea. «Il 2025 è stato un anno di ripresa, soprattutto nel secondo semestre, culminato in un primo semestre 2026 straordinario», ha spiegato Ernesto Lanzillo, Deloitte Private Leader Italia, presentando lo studio a Roma. Una ripresa che, secondo Lanzillo, va interpretata con equilibrio, perché influenzata anche da alcune importanti aggiudicazioni non ricorrenti e dal confronto con un primo semestre 2025 particolarmente debole.
Il messaggio, tuttavia, è chiaro: il mercato ha invertito la rotta. Dopo gli anni di rallentamento, il comparto dell'arte moderna e contemporanea torna a crescere, sostenuto dal ritorno della fiducia dei collezionisti e da una maggiore vivacità delle aste. Secondo Deloitte, il 2025 è stato anche l'anno in cui sono entrate in vigore alcune riforme destinate a rafforzare ulteriormente il sistema italiano dell'arte. «Nel 2025 è stato difficile misurare gli effetti della riduzione dell'IVA, che ha reso l'Italia più competitiva, così come quelli del decreto di marzo che ha semplificato la circolazione delle opere. Sono fattori che possono rafforzare il mercato dell'arte e produrre effetti positivi non solo sulle case d'asta, ma anche sulle gallerie e, più in generale, sul mercato secondario», ha sottolineato Lanzillo.
Si tratta di interventi che potrebbero modificare in profondità il posizionamento dell'Italia nel mercato internazionale, rendendo il Paese più attrattivo per collezionisti, investitori e operatori del settore. Il mercato dell'arte rappresenta infatti uno degli esempi più evidenti di come cultura ed economia siano ormai inseparabili. Ogni opera acquistata genera valore lungo un'intera filiera che coinvolge artisti, gallerie, restauratori, assicurazioni, trasporti specializzati, logistica, consulenza, editoria, turismo e servizi professionali. La cultura crea occupazione qualificata, stimola gli investimenti privati e contribuisce alla crescita dei territori.
Non sorprende, quindi, che sempre più Paesi considerino la cultura una vera politica industriale. Per l'Italia questa scelta è ancora più naturale: nessun'altra nazione possiede un patrimonio storico, artistico e creativo così diffuso e riconosciuto nel mondo. La lezione che emerge dai dati di Symbola e Deloitte è la stessa. La cultura non rappresenta soltanto un valore identitario o sociale, ma un vero fattore di sviluppo economico. Ogni investimento in questo settore produce effetti che si propagano ben oltre il comparto culturale, alimentando innovazione, competitività e crescita.
Per questo investire in cultura non significa semplicemente finanziare il passato. Significa costruire il futuro del Paese, valorizzando il suo più grande vantaggio competitivo e trasformando bellezza, creatività e conoscenza in sviluppo sostenibile. Perché la cultura, oggi più che mai, non è un costo: è uno degli investimenti con il più alto rendimento economico e sociale.
LA CULTURA SI NUTRE DI FORMAZIONE, UN ASPETTO NON ANCORA DEL TUTTO COMPRESO
C'è però un altro investimento che, come la cultura, produce valore ben oltre il proprio perimetro: la formazione. Se la cultura alimenta la creatività e rafforza l'identità competitiva di un Paese, la formazione rappresenta il motore che trasforma quel patrimonio in crescita economica. Ogni euro investito nell'istruzione, nell'aggiornamento professionale e nella formazione continua contribuisce infatti a creare capitale umano qualificato, la risorsa più preziosa in un'economia sempre più fondata sulla conoscenza.
Le imprese che possono contare su lavoratori con competenze aggiornate sono più produttive, adottano con maggiore rapidità le nuove tecnologie, sfruttano meglio le potenzialità dell'intelligenza artificiale e riescono a ridurre sprechi e inefficienze, migliorando la qualità dei prodotti e dei servizi. Allo stesso tempo, università, centri di ricerca e percorsi di alta formazione alimentano l'innovazione, favoriscono la nascita di brevetti, accelerano la digitalizzazione e rafforzano la competitività internazionale del sistema produttivo.
La formazione rappresenta inoltre uno dei più efficaci strumenti di coesione sociale. Garantire a tutti l'accesso all'istruzione e alla formazione permanente significa offrire nuove opportunità di impiego, riqualificare la forza lavoro, accompagnare le transizioni industriali e ridurre le disuguaglianze che inevitabilmente accompagnano i grandi cambiamenti economici e tecnologici.
Anche il settore pubblico trae enormi benefici da questo processo. La formazione continua dei dipendenti delle amministrazioni migliora l'efficienza dei servizi, rende più snelle le procedure, accelera la trasformazione digitale e aumenta la qualità delle risposte offerte a cittadini e imprese. È, a tutti gli effetti, un investimento che genera valore pubblico.
Cultura e formazione, dunque, non sono due politiche separate, ma le due facce della stessa strategia di sviluppo. La prima produce idee, identità, creatività e attrattività; la seconda trasforma queste risorse in competenze, innovazione e crescita economica. Insieme costituiscono il capitale immateriale più importante di cui dispone l'Italia. Un capitale che non si esaurisce con il tempo, ma cresce ogni volta che viene alimentato. Per questo investire in cultura e formazione non significa semplicemente sostenere due settori strategici: significa costruire le condizioni perché il Paese continui a creare ricchezza, lavoro qualificato e benessere diffuso per le generazioni future.
(Associated Medias) - Tutti i diritti sono riservati